Perequazione delle pensioni 2026: come funziona e quanto vale la pensione minima

Nel 2026 la perequazione delle pensioni, cioè la rivalutazione collegata al costo della vita, è fissata in via provvisoria all’1,4%. Il trattamento minimo INPS passa così a 611,85 euro lordi al mese, per tredici mensilità. Per alcune pensioni di importo pari o inferiore al minimo è previsto un ulteriore incremento, distinto dalla perequazione ordinaria, che può portare l'importo fino a 619,80 euro lordi mensili. Non significa, però, che chiunque riceva una pensione bassa abbia automaticamente diritto a 619,80 euro.

La differenza dipende dal tipo di pensione, dall’eventuale integrazione al minimo, dalle regole specifiche dell’aumento aggiuntivo e, per alcune prestazioni, dai requisiti reddituali. Di seguito i dati ufficiali disponibili al 28 ottobre 2026 e i controlli pratici da fare prima di confrontare gli importi con quelli del proprio cedolino.

Che cos’è la perequazione e perché non è un aumento uguale per tutti

La perequazione automatica serve ad aggiornare periodicamente le pensioni per tener conto dell’andamento dei prezzi. Non è un bonus una tantum: modifica il valore della prestazione secondo gli indici e i criteri stabiliti dalla normativa. L’adeguamento viene normalmente effettuato dal 1° gennaio e può essere inizialmente provvisorio, con un eventuale conguaglio quando diventa noto l’indice definitivo.

Per il 2026, il decreto interministeriale del 19 novembre 2025 ha fissato un indice provvisorio dell’1,4%, in vigore dal 1° gennaio 2026. L’INPS lo ha applicato nelle operazioni di rinnovo, spiegate nella circolare n. 153 del 19 dicembre 2025. La variazione definitiva relativa al 2024, applicata alle pensioni dal 2025, è stata invece confermata allo 0,8%: per quell’anno non è stato necessario un conguaglio della perequazione.

Cosa fare: se vuoi sapere quanto è cresciuta davvero la tua pensione, confronta gli importi lordi dei certificati pensionistici di due anni consecutivi, non soltanto le somme nette accreditate sul conto.

Quanto vale la pensione minima nel 2026

Il trattamento minimo INPS per le pensioni dei lavoratori dipendenti e autonomi, indicato nella circolare per il 2026, è di 611,85 euro mensili, pari a 7.954,05 euro lordi annui su tredici mensilità. Nel 2025 la soglia di base era di 603,40 euro mensili. La differenza tra i due valori base è quindi di 8,45 euro al mese.

VoceImporto o percentuale 2026Come interpretarla
Perequazione ordinaria provvisoria+1,4%Indice pieno sulle prime fasce previste dalla legge
Trattamento minimo INPS611,85 € al meseSoglia base, non assegno universale per ogni pensionato
Trattamento minimo annuo7.954,05 €Tredici mensilità dell’importo base
Incremento aggiuntivo massimo 20267,95 € al mesePer le pensioni che soddisfano le regole specifiche
Importo massimo con incremento aggiuntivo619,80 € al meseNon spetta indistintamente a tutti

Il passaggio da 611,85 a 619,80 euro deriva dall’incremento dell’1,3% previsto per il 2026, entro i limiti indicati dall’INPS. Attenzione anche a un altro confronto: nel 2025 esisteva già una maggiorazione aggiuntiva del 2,2% sulle pensioni interessate. Perciò non è corretto presentare l’intera differenza tra 603,40 e 619,80 euro come un aumento nuovo rispetto a quanto il singolo pensionato incassava alla fine del 2025.

Cosa fare: verifica se nel tuo trattamento compare una voce riferibile all’incremento previsto dalla legge n. 197/2022 e non confonderla con la rivalutazione ordinaria. Il prospetto personale conta più del solo importo riportato nei titoli di giornale.

La perequazione dell’1,4% si applica sull’intera pensione?

Non sempre nella stessa misura. La rivalutazione ordinaria del 2026 segue un meccanismo per fasce di importo: il 100% dell’indice fino a quattro volte il trattamento minimo di riferimento, il 90% dell’indice per la fascia tra quattro e cinque volte il minimo e il 75% dell’indice per la fascia eccedente cinque volte il minimo. Con l’indice provvisorio dell’1,4%, le percentuali effettive per le tre fasce sono rispettivamente 1,4%, 1,26% e 1,05%.

Questo non equivale a dire che una pensione collocata sopra la soglia superiore riceva necessariamente l’1,05% sull’intero importo. Le aliquote riguardano le fasce previste dalla normativa; la situazione può inoltre risentire del cosiddetto cumulo perequativo, perché l’INPS considera, nei casi disciplinati, l’insieme delle pensioni intestate alla stessa persona. In presenza di più trattamenti non bisogna quindi verificare ogni assegno come se fosse isolato.

Cosa fare: se percepisci due o più pensioni, chiedi il dettaglio del calcolo complessivo anziché applicare l’1,4% separatamente a ciascun accredito. Le regole dei fondi speciali o di alcune prestazioni possono richiedere ulteriori verifiche.

Perequazione, integrazione al minimo e aumento aggiuntivo: tre cose diverse

1. Perequazione ordinaria

È l’aggiornamento dovuto all’andamento dei prezzi nei limiti previsti per i trattamenti soggetti alla rivalutazione. Per stimarne l’effetto si parte dall’importo pensionistico lordo rilevante e dalle fasce applicabili. Il dato non determina da solo il netto mensile, perché sul pagamento possono incidere ritenute fiscali, addizionali e conguagli.

2. Integrazione al trattamento minimo

È una prestazione regolata da requisiti propri: in determinate situazioni può integrare una pensione calcolata in misura inferiore alla soglia INPS. Il diritto non nasce soltanto dal fatto che l’assegno sia piccolo. Contano, tra l’altro, la gestione pensionistica, il sistema di liquidazione, i redditi rilevanti e, quando previsto, la situazione coniugale. Per le pensioni interamente contributive, in linea generale, l’integrazione al minimo non opera come per le pensioni del sistema retributivo o misto; occorre controllare anche eventuali regole particolari.

Per esempio, avere una pensione calcolata in 480 euro non basta, da solo, per concludere che l’INPS debba elevarla a 611,85 euro. Serve prima accertare se quella specifica prestazione è integrabile e se il titolare rispetta i requisiti.

3. Incremento aggiuntivo delle pensioni basse

La misura temporanea introdotta dalla legge n. 197/2022, prorogata per il 2026 dalla legge di Bilancio 2025, prevede un aumento dell’1,3% per le pensioni che rientrano nel suo ambito. La circolare INPS precisa che per questo specifico incremento non rilevano i redditi posseduti dal pensionato: ciò non elimina, però, gli eventuali requisiti reddituali previsti per ottenere l’integrazione ordinaria al minimo.

Quando la pensione è già integrata al minimo, l’aumento aggiuntivo è calcolato sull’importo integrato. Per altre pensioni basse non integrate può essere calcolato sull’importo lordo effettivamente in pagamento; sono inoltre previste regole per chi si trova appena sopra la soglia base. Il tetto di 619,80 euro rappresenta dunque un riferimento massimo della misura, non un diritto generalizzato.

Cosa fare: chiedi all’INPS o a un patronato di distinguere per iscritto la pensione a calcolo, l’eventuale integrazione e l’incremento aggiuntivo. Sono tre informazioni diverse e ciascuna spiega una parte del risultato.

Le maggiorazioni sociali del 2026 non vanno sommate automaticamente

Un ulteriore equivoco riguarda le maggiorazioni sociali. La legge di Bilancio 2026 ha disposto, per alcune categorie che possiedono i requisiti, un aumento di 20 euro mensili per tredici mensilità e un adeguamento del limite di reddito individuale. Le comunicazioni INPS richiamano, tra i destinatari, i pensionati di almeno 70 anni e gli invalidi civili totali maggiorenni, nel rispetto delle condizioni previste.

Questi 20 euro non sono una terza percentuale di perequazione e non devono essere aggiunti meccanicamente ai 619,80 euro. L’effetto reale dipende dal riconoscimento della maggiorazione sociale e dalla posizione del beneficiario. L’INPS ha comunicato l’applicazione delle novità con il pagamento di marzo 2026 e i relativi conguagli spettanti per gennaio e febbraio.

Cosa fare: se rientri nelle categorie indicate ma non trovi la maggiorazione, verifica i requisiti reddituali e la tua posizione previdenziale con l’Istituto, tenendo separato questo controllo da quello sulla perequazione ordinaria.

Come verificare l’aumento sul cedolino INPS

  1. Accedi a Cedolino della pensione sul sito INPS con un’identità digitale ammessa, come SPID, CIE o CNS.
  2. Apri il cedolino del mese interessato e usa la funzione per confrontare i cedolini con quelli dei mesi precedenti. Verifica l’importo lordo prima del netto accreditato.
  3. Consulta il certificato di pensione ObisM: può riportare la perequazione, gli importi mensili lordi e netti e le ritenute.
  4. Controlla se ci sono conguagli fiscali, trattenute o voci aggiuntive che spiegano una variazione del pagamento.
  5. Se i dati non coincidono con la tua situazione, presenta una richiesta di chiarimento all’INPS oppure rivolgiti a un patronato con i prospetti alla mano.

Il modello ObisM 2026 è disponibile online, come confermato dall’avviso INPS del 30 aprile 2026. È uno dei documenti più utili per distinguere aumento lordo e risultato netto: una rata bancaria invariata, da sola, non dimostra l’assenza di perequazione.

Domande frequenti: cosa è certo e cosa va controllato

Chi ha la pensione minima riceve sempre 619,80 euro?

No. Il minimo base 2026 è 611,85 euro; l’importo di 619,80 euro è il massimo risultante dall’incremento aggiuntivo previsto per i trattamenti interessati. L’applicazione deve essere verificata in base al tipo e all’importo della prestazione.

Se ho una pensione inferiore a 611,85 euro, l’INPS deve integrarla?

Non necessariamente. L’integrazione al minimo richiede specifiche condizioni. Prima di fare una richiesta, controlla il regime di calcolo della pensione e le condizioni reddituali pertinenti.

La percentuale dell’1,4% è definitiva?

No. Per il 2026 si tratta dell’indice fissato in via provvisoria, salvo l’eventuale conguaglio nell’anno successivo sulla base dei valori definitivi. Non è corretto anticipare oggi un conguaglio di importo non ufficialmente determinato.

Perché il mio netto potrebbe non aumentare dello stesso importo?

La perequazione si applica al trattamento lordo, mentre il versamento netto riflette anche imposte, addizionali e altri conguagli. Per capire la differenza occorre confrontare le singole voci dei documenti INPS.

Fonti ufficiali e aggiornamenti da seguire

Per i parametri 2026, i riferimenti principali sono il decreto interministeriale del 19 novembre 2025 nella Gazzetta Ufficiale, la circolare INPS n. 153/2025 sul rinnovo delle pensioni e la nota INPS sulle novità della legge di Bilancio 2026.

La verifica decisiva resta individuale: leggere il cedolino e il modello ObisM permette di capire quale voce è stata rivalutata, quale integrazione è stata riconosciuta e se il pagamento effettivo comprende altri importi. Per prestazioni particolari o situazioni reddituali complesse, è più affidabile richiedere una valutazione della propria posizione anziché applicare percentuali generiche.

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